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Storia mineraria della Val Trompia

La coltivazione dei giacimenti minerari in Provincia di Brescia ha una tradizione millenaria. Le prime attività di estrazione furono intraprese già nell’età del Ferro e proseguirono poi in epoca romana. Nella zona di Pezzaze, di particolare interesse è il ritrovamento di “scorie di fusione” che documentano una diffusa lavorazione del minerale in ambito locale fin dalla preistoria.

Le miniere acquisirono importanza a partire dall’ultima fase del Medioevo, come testimoniano le regolamentazioni vigenti all’epoca; in quegli anni erano attive, in Val Trompia, una cinquantina di miniere distribuite in tre comuni: Collio, Bovegno e Pezzaze. Il ferro ricavato veniva fuso in otto forni localizzati a Collio, Bovegno, Lavone, Tavernole, Brozzo, Gardone e Ponte Zanano.

La Repubblica Veneta emanò i suoi “Capitoli et Ordini minerali” nel 1488, ma i Comuni valtrumplini facevano riferimento alle norme contenute negli Statuti di Bovegno del 1341, poi sostanzialmente riprese negli “Statuta Communitatis Pezzaziarum” del 1529 e nello “Statuto di Valtrompia” del 1576.
Le miniere valtrumpine dell’epoca risultavano generalmente di proprietà di imprese e strutture societarie. Talvolta esse appartenevano ai minatori che le avevano scoperte, anche se le miniere più ricche erano di proprietà di Signori del luogo o di mercanti di Brescia. Nelle imprese minerarie vi era un’ampia partecipazione pubblica; i Comuni ottenevano queste proprietà sia dai diritti derivanti dagli scavi, dai passaggi e dalla costruzione sui terreni pubblici che da crediti dovuti da privati. Alcune miniere, o parti di esse, appartenevano a confraternite, cioè a libere associazioni di fedeli in prevalenza laici.

Nei primi anni dell’800 l’introduzione delle prime razionali metodologie di scavo, che consentivano la realizzazione di gallerie che permettevano di coltivare il minerale dal basso verso l’alto e di edurre con facilità le acque, favorì la ripresa delle attività minerarie.
A partire dalla seconda metà dell’ 800, con l’unificazione del Paese, con l’introduzione di sistemi di scavo sempre più redditizi e razionali, e con l’impegno prima di illuminati imprenditori locali e successivamente della grande industria, si concentrò nelle tre valli bresciane, Val Trompia, Val Sabbia e Val Camonica, una fiorente attività metallurgica, che, con alterne fasi di prosperità, consentì di mantenere produttiva l’attività mineraria. Nella sola Val Trompia si contavano allora ben 25 miniere così ubicate: 8 nel Comune di Pezzaze, 8 nel Comune di Bovegno e 9 nel Comune di Collio.

Personaggio del periodo di rilevante importanza per l’attività mineraria valtrumplina fu sicuramente Giuseppe Ragazzoni, farmacista bresciano, ma profondo ed appassionato conoscitore degli aspetti geologici e minerari di questa zona. Insieme al cugino Giuseppe Zamara, ottenne, nel 1883 nel territorio di Pezzaze, la concessione mineraria Regina Zoie e Valle della Megua per l’estrazione di minerali di ferro e di rame.
Nonostante l’introduzione di nuovi metodi di scavo, la coltivazione del minerale, come testimoniato anche dall’ingegner Zappetti del Distretto Minerario di Milano, non seguiva alcuna regola o concetto tecnico, ma si basava unicamente sul puro empirismo del capo minatore.
Ecco allora che Ragazzoni, per ovviare a questa metodologia di lavoro assai irregolare, senza metodo, cominciò a usufruire delle conoscenze scientifiche e diede inizio a nuovi studi sulla geologia locale, finalizzati alla ricerca di filoni e banchi mineralizzati di interesse economico. Grazie alla sua grande professionalità e anche ai contatti in Francia ed in Inghilterra con illustri personaggi del campo delle scienze naturali, Ragazzoni divenne il punto di riferimento per l’estrazione dei minerali e la fusione dei metalli.

Intanto un altro personaggio del luogo, Francesco Glisenti, nel 1873, aprì una nuova galleria in Comune di Bovegno: essa, denominata Alfredo, venne realizzata alla quota di 650 m s.l.m. e con uno sviluppo di circa 260 metri, con lo scopo di permettere il raggiungimento di alcune disagevoli gallerie scavate molto tempo prima. Nei pressi dell’imbocco Alfredo furono costruiti una polveriera e due forni di torrefazione, che, ingranditi nel 1875, consentivano di produrre circa 10 tonnellate di minerale al giorno.

All’inizio dell’ultimo ventennio del XIX secolo, si insediò in Val Trompia la Società Altiforni di Terni, al tempo principale produttore nazionale di materiali ferrosi; così per alcuni anni, dopo un periodo iniziale non particolarmente incoraggiante, con razionali lavori minerari, la Terni realizzò notevoli produzioni di siderite, installando nella zona alcuni forni di arrostimento del minerale.

Questa società nel 1886 rilevò la concessione mineraria precedentemente del Ragazzoni; in questo periodo acquisì altre miniere, la S. Aloisio (Collio), la Perpetua ed il forno Brolo (Bovegno) ed il Forno Morina (Pezzaze). Immediatamente incominciò i lavori per la realizzazione della galleria Stese, in territorio di Pezzaze: costruita operando per la prima volta con perforatrici meccaniche a vapore, fu arrestata dopo circa 488 metri, senza che venissero incontrati rilevanti livelli produttivi.

Nell’ultimo decennio del XIX secolo l’attività mineraria delle valli bresciane fu investita da una crisi profonda, poiché vi era la sempre più frequente abitudine di utilizzare il rottame di ferro come materia prima nei processi produttivi. Tale fenomeno ebbe enormi ripercussione sull’attività estrattiva che registrò una caduta verticale, anche a causa degli alti costi di gestione. Le miniere lombarde, che nel 1887 avevano prodotto più di 20 mila tonnellate di minerale ferroso, scesero, fra il 1892 e il 1900, ad una produzione media annuale di 2200 tonnellate. Intorno al 1890 le statistiche assegnano un numero di 50 miniere alla Val Camonica e 40 alla Val Trompia, ma il numero di quelle attive era pari a 20 e gli alti forni pari a 3.
Nonostante la crisi, in questo periodo, precisamente nel 1892, si stabilì a Bovegno una società mineraria inglese, The Brescia Mining and Metallurgical Company Limited; intraprese la coltivazione di piombo, argento e galena, essendo in possesso delle concessioni minerarie Costa Ricca e Costa Bella e dei permessi di ricerca mineraria Torgola e Val Navazze. Furono aperte nuove gallerie, ubicate a quote comprese fra 1200 m s.l.m. e 1500 m s.l.m.

Nel 1905 si registrò un lieve incremento sia del numero delle “miniere e ricerche produttive” che delle “miniere e ricerche attive non produttive” che contavano 24 opifici con 112 lavoratori. La quasi totalità dei dipendenti erano maschi e, in particolare, la statistica del 1905 documenta la presenza di tre giovani minori di 15 anni e altrettante donne adulte.

Nel 1907 tuttavia la società Eredi Glisenti cedette tutte le sue attività siderurgiche, compresa la miniera Alfredo, alla società anonima Metallurgica Bresciana già Tempini; nel frattempo la Terni mantenne le proprie concessioni minerarie, ma non fu in grado di iniziare lavorazioni importanti, limitandosi a effettuare lavori di manutenzione per non perdere le concessioni.
Sebbene il Censimento Industriale del 1911 evidenziasse una riduzione delle attività minerarie rispetto al primo decennio del ‘900, poiché furono censite 5 “ricerche e miniere”, che occupavano 56 persone, a partire dal 1910 fino al 1920, si ebbe un incremento della produzione di minerali di ferro, per la presenza di condizioni favorevoli al mercato siderurgico, conseguenti alle richieste derivanti dalle preparazioni belliche della nazione.
Agli inizi degli anni Venti le generali condizioni dell’economia spinsero le ditte concessionarie, fra cui la Terni, a sospendere i lavori. L’importanza delle mineralizzazioni bresciane e bergamasche decrebbe rapidamente: i giacimenti erano sparsi, male ubicati, di limitata potenzialità ed i trasporti si rivelavano troppo costosi.

Nel 1927 vennero pubblicati, a cura della Camera di Commercio e Industria di Brescia, i volumi de “L’economia bresciana”; il capitolo dedicato alle industrie estrattive si apre con la dichiarazione di morte della attività minerarie.
La situazione generò preoccupazione nella popolazione locale e nelle autorità politiche della zona. I primi pionieri bresciani dell’industria elettrosiderurgica non esitarono a far pressione sulla società Terni, proponendosi come possibili conduttori delle miniere. La Terni abbandonò definitivamente le concessioni nel 1932. Nel 1935 alcuni fra gli industriali bresciani, Filippo Tassara, Carlo Franzoni ed Alberto Cucchi, acquisirono la concessione mineraria S. Aloisio, al fine di estrarre materiale per alimentare i forni elettrici della Società Italghisa di Bagnolo Mella. L’estrazione di minerali all’interno di questa miniera, denominata dal 1939 Carlo Tassara Società Anonima Miniera di S. Aloisio, continuò fino al 1985, conoscendo i momenti migliori negli anni Cinquanta e Sessanta.

Negli anni ‘30 si ebbe un periodo di grande incertezza ma anche di grande combattività per la piccola comunità montana: il fine ultimo, sia dei cittadini che delle autorità politiche, era la riattivazione delle miniere locali. Non mancò, come detto, l’interesse di alcuni grandi gruppi industriali per le miniere lombarde, potenziali fornitrici di una materia prima da cui era possibile ricavare un prodotto qualitativamente superiore rispetto a quello ottenibile dalle rifusione di rottame; questo interesse, testimoniato anche da passaggi di concessione, si concretizzò però quasi esclusivamente in lavori di ricerca.
Per consentire la riapertura delle miniere, vennero coinvolte personalità come Augusto Turati, il gerarca bresciano che ricopriva la carica di segretario del partito fascista, e come il senatore Carlo Bonardi; inoltre si presero contatti con l’Unione Provinciale Fascista degli Industriali e in particolar modo con il presidente della stessa, il cavaliere Luigi Marzoli.
Superate le varie difficoltà di ordine pratico e burocratico, la Società Anonima Fratelli Marzoli, azienda meccano-tessile di Palazzolo sull’Oglio, ottenne la concessione mineraria nel 1937 e l’anno successivo iniziò i lavori estrattivi. In particolare, la Marzoli ottenne la concessione della miniera Pezzaze per l’estrazione di minerali di ferro, rame e piombo; in questo ambito riprese lo scavo della galleria mineraria Stese, con la coltivazione di alcuni modesti banchi sideritici.

Nel luglio del 1939 il personale complessivo, tecnico e amministrativo della ditta Marzoli assommava a 100 unità, con un’età oscillante fra i 17 e i 64 anni. L’economia di guerra incentivò l’attività: tra la fine degli anni trenta e l’inizio degli anni quaranta si costruirono forni di torrefazione, teleferiche, depositi ed officine.
La rilevazione del 1938 evidenziò un notevole fermento di attività minerarie in sintonia con la nuova politica autarchica del governo; durante il conflitto mondiale si ebbe un’impennata delle produzioni che comunque cesseranno alla fine della guerra.
Con il risveglio economico degli anni ’50 si verificò una nuova ripresa della attività mineraria.

Il 3° Censimento Generale dell’Industria e Commercio del 1951 registrò la presenza di 5 unità locali con 266 addetti nell’ambito dell’estrazione di minerali metalliferi; tre di esse si trovavano in Val Trompia e, in particolare, la maggiore a Collio con 118 addetti, una a Bovegno, in cui trovavano lavoro 34 persone, e una a Pezzaze, con 18 addetti.
Nel 1958 la concessione mineraria comprendente la miniera Stese passò nelle mani del Consorzio Minerario Barisella, composto dalla Società Falck Acciaierie e Ferriere Lombarde di Milano, dalla Ditta Fratelli Marzoli di Palazzolo e dalla Stabilimenti Sant’Eustachio di Brescia. Esso, pur non cessando la coltivazione di minerali di ferro, si impegnò principalmente nell’estrazione della fluorite, che aveva acquistato nel tempo mercato in quanto utilizzabile nell’industria del vetro, degli smalti e come fluidificante in quella siderurgica; tale attività continuò fino al 1972.
Questo minerale era oggetto di coltivazione, con una certa continuità dal 1921, anche nella miniera Torgola, a quei tempi di proprietà della ditta Martelli; nel 1939 la concessione mineraria Torgola e Navazze fu acquisita, insieme alla Costa Ricca e alla Costa Bella, dalla Società Anonima Mineraria Prealpina.

I giacimenti valtrumplini di fluorite, blenda e galena ebbero la massima rilevanza nella seconda metà del ‘900, ma già a partire dagli anni ’70 si registrò un costante declino, imputabile a diverse cause, come l’aumento dei costi gestionali e la diminuzione della domanda di minerale.
Solo la miniera Torgola riuscì a sopravvivere fino al 1999, anno della sua chiusura; tale data è molto importante, in quanto segna il termine delle attività di coltivazione di giacimenti minerari in Val Trompia.
Negli anni ’50 anche la miniera Alfredo, inattiva dal 1943, passata alla Ferromin del gruppo ILVA (Finsider), attraversò un periodo di sviluppo; nel 1954 venne incominciata anche la costruzione dei forni di torrefazione alimentati a nafta, i quali permettevano un alto rendimento, e conseguentemente provocarono un forte aumento delle quantità di minerale estratto, che nel giro di pochi anni andò ad esaurirsi. Infatti la miniera venne definitivamente chiusa e negli anni Ottanta e Novanta si smantellarono le parti in ferro degli impianti esterni e si tolsero le rotaie dalle gallerie.

Nel 1961, il 4° Censimento presentò un quadro delle attività minerarie in sostanziale continuità con quello ereditato dal dopoguerra. Le unità produttive nell’ambito della “estrazione di minerali metalliferi” erano ancora cinque in ambito provinciale ma con un numero maggiore di addetti, ben 443. I siti minerari restavano gli stessi e alle tre miniere attive in Val Trompia, di cui una a Bovegno con 268 addetti, una a Collio con 95 e una terza a Pezzaze con 27 occupati, si aggiungevano due impianti camuni di Pisogne che davano lavoro a 53 persone.
Nel 1971, il 5° Censimento documentò una flessione delle attività di estrazione dei minerali metalliferi che risultavano svolte complessivamente in 6 unità locali con 86 addetti. Il 6° Censimento, del 1981, registrò puntualmente il tramonto delle attività minerarie ridottesi a due unità produttive con soli 26 addetti nel complesso.

Nell’arco del nostro secolo l’attività mineraria bresciana, misurata attraverso le rilevazioni di carattere censuario, può essere facilmente riassunta in un grafico che evidenzia la produzione di mercantili ferrosi.
L’attività mineraria non era l’unica occupazione dei minatori; infatti, nelle valli bresciane, era frequentemente diffusa la figura del minatore – contadino, il quale lavorava nei campi nella stagione dei raccolti, mentre si dedicava all’attività mineraria limitatamente nei periodi invernali. Questa scelta era dettata da esigenze di carattere tecnico. Si ricorda a titolo di esempio il problema delle venute d’acqua in sotterraneo: durante i periodi primaverili ed estivi, infatti, le miniere erano soggette a numerosi allagamenti, dovuti alle precipitazioni stagionali, che costringevano molto spesso ad abbandonare l’attività estrattiva. Un altro problema, che si aveva soprattutto nel periodo estivo, era la decomposizione del ferro spatico e dell’acido carbonico, processo che rendeva irrespirabile l’aria all’interno delle gallerie, anche perché la ventilazione dei cunicoli era esclusivamente affidata agli accessi con l’esterno.

Le tecniche di scavo utilizzate dai minatori trumplini, prima dell’avvento dei macchinari funzionanti ad aria compressa, consistevano nella realizzazione di gallerie orizzontali, quando il minerale si presentava in banchi, mentre venivano scavate dal basso verso l’alto quando il minerale si presentava in filoni da subverticali a verticali. Le gallerie erano strette, basse e tortuose perché realizzate con mezzi rudimentali, spesso tramite l’utilizzo del solo piccone. Quando i livelli produttivi erano disposti in banchi orizzontali di resistenza tale da non poter utilizzare i mezzi manuali consueti, i minatori ricorrevano all’uso
della polvere nera e delle mine; queste venivano fatte brillare anche per provocare uno spostamento d’aria tale per cui le gallerie più profonde si liberassero dall’aria inquinata dall’acido carbonico.
La messa in sicurezza delle gallerie avveniva tramite muretti a secco, pilastri di minerale, puntellature o travature di legno; nonostante questi accorgimenti, gli incidenti dovuti a crolli erano molto frequenti.